Melania Ivalith

Druida ritualista [May life be granted forever.]

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Bio:

Melania.jpgHo pochi ricordi dei miei primi anni di vita, ma so di essere nata in una palude. Il suo odore greve ancora pervade la mia mente come le mosche infestano il miele. Fatica, dolore, sporcizia: i barbari non avevano rispetto per loro stessi, tanto meno per la natura che li circondava. Sappiate che non serve adornarsi di ferro o chincaglierie per portare disarmonia, bastano le menzogne e l’egoismo. Orgogliosi nella loro ignoranza, si erano separati dagli altri villaggi per vivere soli, convinti di una loro unica illuminazione spirituale. In realtà, nulla poteva illuminare la loro stentata intelligenza.
Per loro non esisteva il concetto di famiglia, fin da bambina ho sempre vissuto con un uomo che un giorno mi avrebbe ingravidato per necessità di procreazione. Non ci si lavava quasi mai, si diceva che l’acqua portasse le malattie, anche quella di fiume.
Mangiavamo sopratutto carne, poiché nessuno voleva provare ad accertarsi dell’edibilità di alcune piante. Il pesce non era contemplato, perché tutto ciò che stava nell’acqua ne avrebbe preso il malanno. La frutta aveva gli insetti e marciva. Col senno di poi, capii che queste scelte erano causate unicamente dalla pigrizia.
Non avevano nessun riguardo per la vita, uccidevano e si infradiciavano del sangue delle loro vittime, insozzando la loro anima. Nessun ossequio per le gli sforzi di nessuno, nessun riconoscimento dei sacrifici che l’espressione del divino ogni giorno ci donava.
La mia pelle era sempre scorticata, sporca, i miei muscoli ancora acerbi tentavano di sopportare il peso della vita selvaggia… poi, arrivò.
f6082f9797fe8818cbb3a055f3edd3f1.jpgLo spirito dell’aria, messaggero di Obad-hai, dell’immortale razza dei Tengu. Giunse per portarmi via da quell’inferno di sporco e putridume, poiché durante una battuta di caccia aveva visto in me sincerità e un’etica pura, che gli altri miei compagni disprezzavano e deridevano: avevo ringraziato e chiesto perdono all’animale che ero stata costretta ad uccidere. In quel momento ero riuscita a sentire e vedere gli spiriti della Natura che mi abbracciavano e confortavano, apprezzando il mio gesto. Lui mi osservava, nascosto fra gli alberi.
Il mio ‘protettore’ si frappose fra me e lui, e presto tutto il villaggio arrivò per cercare di scacciare l’intruso. Provavo un sentimento di affezione per l’uomo davanti a me, eppure lo disprezzavo profondamente. Dal primo giorno in cui avevo vissuto con lui, non mi aveva mai dato rispetto, né fisico né etico. Mi picchiava e insultava anche senza ragione, se era di cattivo umore non mi faceva mangiare per giorni, mai una parola di riguardo o un apprezzamento: non ero bella, non ero abile, non ero forte, ma facevo del mio meglio. Io, nonostante la mia tenerissima età, ero la donna e lo dovevo servire. Se non ci fosse stato lui, non avrei mai saputo che fine avrei potuto fare.
Semplicemente gli camminai di fianco e lo superai, cercando di raggiungere quello spirito così meraviglioso e puro, che mi sembrava una divinità in terra. La sua bellezza mi toccò nel profondo, creando in me un desiderio di venerazione. I suoi capelli e suoi abiti erano bianchi ed intatti, senza un’ombra di macchia o cenere. Ovunque si spostasse sembrava portare con sé una sorta di magia, i suoi occhi erano profondi e pieni di sincerità. Arrivai a pochi passi, odorava di frutta fresca e ciliegi in fiore: grosse lacrime di commozione colarono giù dei miei occhi, offuscandomi la vista.
Poi, un forte dolore al fianco, caddi a terra nel fango. Il mio protettore mi aveva scansato con un calcio, dopo aver preso la sua lancia, pronto ad attaccare senza pietà quell’essere a lui sconosciuto. Fece un urlo grottesco, e si lanciò come faceva con le bestie inferocite. Il Tengu, con un misto di pietà e frustrazione, semplicemente si scostò di lato, senza nemmeno essere costretto a spiccare il volo, lasciando cadere rovinosamente per terra l’uomo che perse l’equilibrio da solo.
“Vi avvertirò solo una volta: non è mia intenzione portare via la vita di nessuno, quindi vi prego di non provocarmi.”
Nel frattempo io mi ero rialzata, ed ero stata colpita da un forte sentimento di inadeguatezza. Mi guardai le vesti, le mani, la pelle: ero lurida ed immonda, specialmente dopo il capitombolo nella melma. Come potevo essere meritevole di avvicinarmi a lui, così incredibilmente sudicia ed impura? Allora mi inginocchiai e chiesi perdono, poiché l’avevo costretto ad avvicinarsi in questo covo di sporcizia, poiché non ero pronta per essere portata via da lui, l’avrei insozzato, macchiato, e non volevo.
Il Tengu fu inizialmente sorpreso, poi comprese questo mio desiderio e accettò con rispetto la mia richiesta. Disse che mi avrebbe aspettato poco oltre al fiume, così da permettermi di potermi sentire in pace con me stessa, prima del viaggio. La sua voce era melodiosa e posata, nonostante la nostra lingua fosse rozza e poco armoniosa: avrei voluto ascoltarlo per sempre, ma ormai la gente si era accalcata intorno a noi e non aveva più tempo per riferire nulla se una veloce domanda. “Credi che ti impediranno di andartene?”
“Temo che prima verrò uccisa, per l’affronto che ho causato.”
Ed era vero: l’uomo, nei suoi scoppi di rabbia peggiori, spesso mi aveva portato vicino alla morte. Questa volta non sarebbe stato diverso, anzi, altri gli avrebbero dato manforte, probabilmente lasciandomi morire. La vita, per loro, aveva pochissimo valore.
Dunque lo spirito estrasse un ventaglio dalle vesti, e con un gesto secco ma elegante, tagliò la gola del suo aggressore, mentre per l’ennesima volta stava tentando di infilzarlo. Il sangue si riversò copioso per terra, senza però nemmeno sfiorare il Tengu. Gli altri si fermarono sul posto, congelati dalla paura.
“Vi avevo avvertito, stolti. Non voglio compiere altri atti impuri, quindi me ne andrò seduta stante. Se non lascerete andare via dal villaggio questa piccola umana, allora l’ira di Obad-hai si abbatterà su di voi, come già aveva deciso in precedenza. Solo la sua fragile anima luminosa ha mutato le sue intenzioni. Dovreste portarle rispetto e darle tutti gli omaggi, poiché ha salvato le vostre vite.”
Aprì ventaglio di colpo, schizzando il sangue sullo scudo di un guerriero che, titubante, si era avvicinato. Nessuna voce si levò sopra le altre, tutti tremavano impauriti.
“Bene. Attenderò tre bastoncini: se la bambina non sarà ancora arrivata, darò per scontata la sua morte e di questo villaggio non rimarrà che cenere. E’ una promessa.”
Con queste parole, lo spiritò spiegò le ali e volò via con grazia. Rimasi qualche istante a guardarlo con ammirazione, mentre si allontanava e spariva dall’orizzonte.
Riprendendomi da quello stato di estasi e tornando al mondo reale, mi alzai in piedi e andai a prendere le mie cose, di fretta, avendo paura che qualcuno volesse cambiare idea.
Diversi adulti si urlavano in faccia, dimenandosi e lamentandosi fra di loro: stavano totalmente ignorando il cadavere che giaceva fra le case di paglia. Lo fissai per qualche istante.
Forse lui non mi avrebbe mai dato il rispetto che meritavo, ma io non mi sarei abbassata al suo livello. Non lo avrei lasciato lì alle mosche.
Il corpo era pesante sulle mie spalle: portavo con me un fardello che normalmente non avrei sopportato. Ormai avevo deciso di prendere in mano la mia vita e seguire ciò che pensavo fosse giusto. Inizialmente nessuno di loro mi aiutò, convinti che mi sarei arresa presto, poi si accorsero che il tempo passava ma io non avanzavo: una donna mi si avvicinò e lo sollevò al posto mio, poi pian piano capirono dove volevo andare a parare e si misero a preparare una buca. Contenta di non dover più faticare, spesi qualche istante per ripensare a lui. “Se c’è qualcosa dopo la morte, spero che tu là veda la verità. Se invece rimarrai qui, che tu possa presto trovare la pace.”
Corsi via da quel luogo orribile, che fino a quel giorno avevo chiamato casa.

L’acqua era gelida, ma per la prima volta in tutta la mia vita mi sentii pulita.
“Il mio nome è Yori: significa ‘fare affidamento’. Sono un umile servitore di Obad-hai, e quindi ti prego di prendere il suo significato alla lettera e contare su di me.”
Dopo quasi un’ora di cammino, lo vidi sulle sponde del fiume come una visione in un deserto: per quante volte lo guardassi, per me era sempre troppo bello per essere vero. Il mio cuore di bambina avrebbe voluto ricoprirlo di domande, eppure non spiccicai parola. “Questi sono degli indumenti puliti, immagino che vorrai liberarti dei tuoi vecchi panni logori.” Mi fece cenno a delle vesti appoggiate vicino ad un albero, accanto a lui. “Non disturberò il tuo rituale di purificazione: quando ti sentirai pronta, vieni ad un quarto di bastoncino a nord.”
Farsi un bagno non era così terribile come me lo avevano descritto, anzi. Lo trovai incredibilmente piacevole e rilassante. Decisi che da quel giorno in poi lo avrei fatto tutti i giorni.
A mente sgombra, corpo pulito e vesti candide, mi presentai davanti a Yori. I miei capelli mi cadevano lunghi sulle spalle, lisci, quando di solito erano ricci ed arruffati.
Mi inchinai, ricolma di felicità. Lui sorrise: “Brava. Sono certo che diventerai una sacerdotessa magnifica.”
Ancora una volta, rimasi estasiata: non tanto per la sua espressione, che era comunque luminosa, ma per le sue parole. Mai nessuno mi aveva detto delle cose così dolci, così piene di speranza. Non riuscii a trattenere le emozioni che già a stento tenevo per me, piansi ancora. Ogni volta che ci ripenso, ancora rido fra me e me: di certo non dimenticherò mai il viso di un Tengu che pensa di aver traumatizzato una bambina!
“Mi… dispiace! Se ho detto qualcosa di poco carino, ti prego di perdonarmi!”
Aveva gli occhi sbarrati, aveva fatto un passo verso di me per cercare di tranquillizzarmi.
“No… sono felice. Così felice…” borbottai, asciugandomi le lacrime con i polsi.
“Ah- bene. Per un attimo, mi avevi fatto preoccupare.. ehm ehm.”
Si diede goffamente un contegno. “Ora, se non ti dispiace, ti porterei al tempio. Saranno circa sei bastoncini di viaggio, ma una volta arrivati potrai rifocillarti e riposarti.”
Rimasi stupita, ma non feci domande. Gli avevo già dato abbastanza disagio con la mia ultima reazione.
Mi avvicinai e mi prese in braccio con delicatezza: per lui, sembravo pesare meno di una piuma.
Fece un balzo, ed eravamo già a volare nell’aria.

Dopo circa mezz’oretta di volo, mi addormentai cullata dal vento e dai suoni del buio che, lento, si avvicinava scacciando il sole.
Una volta arrivati, mi risvegliai: era notte fonda. Ancora un po’ intorpidita dal sonno, ci vidi scendere velocemente verso un puntino luminoso, lontano. Nonostante tutto, non avevo paura. Mi sentivo al sicuro fra le sue braccia, ero certa che non mi sarei fatta niente.
Sbatté le ali, ed atterrammo.
Le piante, gli animali, la natura mi era completamente nuova. Non conoscevo nulla, ma non feci domande, non ruppi l’armonia che regnava nelle nostre orecchie. Lui fece lo stesso.
Ci incamminammo su un sentiero, finché, ad un certo punto, si fermò. Mi fece cenno di rimanere silenziosa e si sedette, chiudendo le ali. Mise la mano accanto a lui battendo leggermente il terreno, per dirmi di sedermi vicino. Ero vagamente confusa, ma accettai.
L’erba era umida e non riuscivo a vedere bene dove mettessi i piedi, poi, scorsi che aveva chiuso gli occhi. Comprendendo che per fugare i miei dubbi avrei dovuto fare lo stesso, mi lasciai cullare dal silenzio coprendomi la vista.
Ascoltai la quiete, diventando tutt’uno con essa.
Le cose che non si possono sentire, in quel momento, le abbracciai.
Lontana, afferrai dolcemente il cielo, percependo l’oscurità che riempiva il mio vuoto.
Questa forma meravigliosa, una volta l’avevo vista, distante. La dipinsi nella mia mente.
Era la storia di un’altra vita.
Una risposta giunse, inaspettata: lui era ancora qui.
Volli sentire il suo respiro, il suo sbocciare, il suo camminare nel cielo, la fantasia di cui si ammantava. Sì, lui, che ora dopo la morte danzava solitario nella riva notturna. La luce aveva illuminato il suo cuore.
Mentre tocco questo buio che anche tu sfiori…
Sì, porterò con felicità quest’oscurità nell’anima, così da esserne illuminata nella morte.
In pace, ruppi l’incantesimo, alzandomi.
“Spero che ti siano giunte tutte le risposte, figlia delle Paludi.”
“Sì. Grazie.”
Sorrise, si alzò. “Bene. Ora ti porterò dal tuo nuovo maestro: non sa ancora che dovrà avere una nuova accolita, quindi ti pregherei di essere il più gentile possibile, come la sei stata fino ad adesso.”
“… poi andrai via?”
Queste parole uscirono spontaneamente dalle mie labbra, percependo già la sua mancanza.
“Argh.” Potevo vedere l’attimo in cui gli avevo spezzato il cuore: si era affezionato. Mi sentii in colpa. “Bimba, sei adorabile, ma sono un messaggero.”
“C-certo… scusami.” risposi, titubante.
Si grattò la nuca. “Magari… tra qualche anno potrei passare a salutarti.”
Una piccola speranza si accese. “Uh-uhm. Ti aspetterò, allora.”
Si avvicinò e mi accarezzò la testa. “Brava bambina.”

00fa40c78ed49002dcb69f4c44bacb91.jpg“Tengu, non sono pronto ad accogliere una nuova allieva. Non posso.”
Il volto dell’elfo era duro, il suo tono intransigente e segnato da un profondo dolore.
“Me ne dispiace, ma non è una tua scelta.”
Il mio nuovo mestro non mi degnava nemmeno di uno sguardo: potevo percepire la rabbia che percorreva le sue vene.
“Ci sono molti templi e santuari che necessitano di nuove persone. Perché proprio qui?”
“Non tutti i frutti buoni devono essere raccolti, druido. Tu lo sai bene, quelli che cadono lontano dall’albero generano nuovi alberi più forti e in salute.” rispose Yori, autoritario.
In quel momento non capii, date le sue parole piene di fisolofia a quel tempo a me ancora sconociuta. Ora, invece, posso comprendere il perché Erlender si arrese.
L’alluvione… aveva portato via qualcosa, a tutti.

Il Tempio era diverso da quelli tipici druidici, date le origini occidentali del mio maestro: le sue tradizioni differivano da quelle del posto, ma il Circolo lo aveva comunque accolto a braccia aperte.
La costruzione era un luogo armonico, le stanze erano semprate da delle pareti di carta.
Ogni cosa, ogni singolo strumento era in perfetto ordine: l’odore di incenso permeava l’aria.
dfadsfa.jpgUn albero sacro torreggava su di esso: Erlender mi rivelò che aveva più di mille anni.
Feci un piccolo inchino di rispetto.

L’elfo fu un maestro severo e poco permissivo, ma quel posto e quella vita furono comunque un paradiso.
Le persone del villaggio accanto era gentili e piacevoli, delle piccole e dolci creature danzavano nell’acqua del freddo fiume dove tutte le mattine mi lavavo e tempravo il mio spirito. Ero portata per quel tipo di vita, e imparai presto a vivere in armonia con la Natura.
Dopo alcuni anni, l’uomo riuscì a sciogliere il muro di ghiaccio fra di noi e ad affezionarsi. Purtroppo, la morte di suo figlia, al tempo, lo aveva segnato come niente al mondo.
Riuscii però a rivedere in me la speranza persa, e si fece forza. Divenne come un padre.

Usavo spesso una piuma nera del colore della notte, ed un giorno Erlender mi rivelò che proveniva da delle ali che avevo visto durante la mia infanzia. Sapere che era una piuma di Yori mi fece pentire di non averla trattata meglio, nonostante io fossi sempre delicata con gli oggetti che usavo.
“La ha lasciata piantata sulla porta dopo che se ne è andato, senza nemmeno il tempo di fargli delle domande. Vicino, c’era una nota con scritto che poteva essere di buon augurio per il futuro. E’ un bel ricordo, per dimostrare che la violenza che hai subito nella tua infanzia era particolare di quel popolo. Non tutti gli uomini sono cattivi.”
“Lo so, Maestro. Grazie per avermelo detto.”

Quasi dieci anni dopo, ero diventata una donna e Yori tornò a trovarci.
Fu un incontro pieno di gioia.
Avevo imparato ad essere calma e posata qualsiasi cosa succedesse, ma rivederlo mi scaldò l’anima.
Io ero cambiata molto, lui invece non era mutato minimamente: per lui non erano passati che attimi.
Mentre gli versavo il vino nel bicchiere, mi raccontò dei suo molti viaggi e dei molti mondi diversi che ogni giorno visitava. In quanto sacerdotessa non potevo sposarmi finché non sarebbe giunto il mio ultimo giorno di adorazione e preghiera, ma nulla mi vietava di passare delle notti in dolce compagnia, sul guanciale. Fu la notte più bella della mia vita.

Melania.pngOra come ora ho vent’anni, e il mio tempio viene visitato spesso dalle silenziose e timide creature che vivono nella foresta, più che dagli umani del villaggio. Yori si fa vivo di tanto in tanto, sembra avere lavoro nelle vicinanze, di recente.
Valerianus è uno spirito giocherellone dalla forma di una piccola volpe blu e bianca vagamente umanoide: nonostante le apparenze non lo facciano sembrare, porta in sé una grande saggezza.
Aruna è una timida ragazzina che ogni tanto compare nell’angolo nel tempio ed ascolta i riti: porta delle corna cervine sul capo. Viene a chiedere consiglio per aiutare a dissipare le sue insicurezze.
Oyvind è alto, e porta un piccolo corno sul capo fra i lunghi capelli bianchi. Mi ha insegnato a cantare e suonare, insieme a lui ogni tanto officio canti rituali e piccoli spettacoli. Non è raro, per noi, passare ogni tanto la notte insieme sul guanciale.
Altri abitanti della foresta vengono ad ascoltarci, ma questi, bene o male, sono quelli che sono presenti più spesso. L’unica umana abituale ha dei lunghi capelli biondi e lo sguardo spento, e le manca il braccio sinistro. Non conosco il suo nome.

A pochi giorni dal matrimonio di due figure importanti del villaggio, ho scoperto un bracconiere che cacciava volpi. Le ritrovai e non erano morte, ma erano spaventate ed erano rimaste al chiuso per molto tempo. Le liberai in modo consono e, dopo aver legato il bracconiere in un luogo buio sotto alcune radici di un albero, andai a riferire la mia scoperta al vilaggio.
La guida spirituale del villaggio mi comunicò che la punizione di tenerlo legato in un poco scuro era già abbastanza severa. Padre Mark mi chiese se l’indomani l’avrei voluto lasciare libero, e mentre lo avrei affidato alle loro “cure”, sarei stata la benvenuta per rappresentare la mia area di foresta nel presenziare a una piccola festa paesana alla quale sarebbe seguito un matrimonio nel giorno successivo.
“Ne saremmo onorati, e non è necessario che lei porti un regalo. Il solo fatto che venga basterebbe, in fondo si tratta solo di due giorni di mercato dove abbiamo molte visite. Dopo il secondo giorno celebreremo un’unione tra due famiglie locali. Posso contare sulla sua venuta? La inivito, lei sarà mia ospite.” L’anziano mi sorrise piacevolmente.
Accettai volentieri, con tutti modi giusti del termine.

Melania Ivalith

Solaris venture lele892006 Deboro